Tenere insieme i frammenti
Viviamo nell’epoca delle iperspecializzazioni, dove ciascuno, con il proprio fare, si sente una molecola irrelata, centrifuga rispetto a ogni centro, se non quello eterodiretto del raggiungimento di un obiettivo produttivo, volto alla capitalizzazione dell’operare, esiliata da ogni potenzialità di ricerca di un Tutto, magari nebuloso, sfuggente, caotico.
Creare Mandala, oltre che essere un fare terapeutico che si gioca interamente nell’attenzione totale del gesto, nel rispetto del ritmo del respiro, dell’apertura tranquilla, dell’attesa piena di curiosità per l’immagine non predeterminata che ne fuoriuscirà, diventa un agire che abbraccia, che accoglie in un disegno non prefissato tanti minuzzoli sparsi, gocce di colore, che trovano nella tela un fattore di coesione, nel suo centro un punto di irraggiamento dove lo sguardo si posa senza posa su linee che si propagano e poi tornano a convergere, su briciole che, insieme, formano un Tutto, il quadro.
Abbracciare un Tutto e lasciare che sfugga. Raccoglierlo in colate di acrilico e vedere che è composto di tante unità, ciascuna diversa dalle altre, un microcosmo in un macrocosmo sempre variabile, sempre composto in nuovissima forma, dove nulla è dato una volta per sempre, persino le rifrazioni di luce, cangianti, a seconda dell’illuminazione, del momento della giornata.
Creare un Mandala e osservarlo, è un costante meditare sulla necessità di tenere insieme i frammenti e, contemporaneamente, di lasciarli essere, unici e irripetibili. Un ordine non violento, la necessità di uno sguardo d’insieme, ma anche, contemporaneamente, lo spazio all’individualità, all’infinito singolare nella composizione di un Tutto, mai dato una volta per tutte.